L’agente immobiliare
February 8th, 2012 at 11:00 pm
Si da il fatto che in questi mesi alcune cose sono andate come dovevano e ora mi trovo a cercare una nuova casa da condividere con E.
Oggi siamo andati a visitarne una.
Ad aspettarci l’agente immobiliare che, per decenza chiameremo A.
A è un quarantenne brizzolato, capello un po’ ingellato e giubbotto col cappuccio peloso.
Appena arrivati A ci ringrazia della puntualità e ci fa entrare nello stabile che, sottolinea, ha edificato la sua impresa immobiliare.
Saliamo nell’appartamento. Non faremo commenti sulla casa , perchè non è questo lo scopo di questa storiella.
A per sottolineare che gli piaciamo dice “questa casa la do a gente fidata, negri, puttane e rumeni non li faccio nemmeno entrare”. Wow. Sensazione di disagio.
Poi A va avanti per tutta la visita ad autoincensarsi, dice di conoscere mezza milano, fa una battuta su un filippino che a sua detta fa le pulizie in un appartamento sempre venduto da lui.
Poi il meglio: la descrizione del quartiere.
A dice “ve lo ricordate come era qui prima? Ecco hanno sgomberato tutti, senza guardare se vecchi donne o bambini. A. Non lo dice, ma quando parla della polizia in tenuta antisommossa gode silenziosamente.
Insomma A è un venditore di case. Pensate un po’ voi a chi dobbiamo affidare i nostri sogni.
Un piccolo salto nel passato
August 12th, 2011 at 7:59 pm
E’ il secondo anno, questo, che mi vede tornare a casa dei miei genitori durante l’estate. E per me è l’occasione di tornare in spazi che non vivo da tempo ormai. È il tempo di riscoprire oggetti dal sapore di scuola, di liceo. Guardandoli mi ricordo tutta una serie di cose legate ad essi. Il telefono in camera mia, la scrivania, i miei libri. Un’altra vita. Sempre mia.
Poi ci sono le persone, i vicini di casa che non ti vedono magari da anni e che ti chiedono “come va?”, increduli a vederti dopo magari due anni di soli racconti da parte dei miei genitori. E allora incontro NP, il mio primo datore di lavoro nonché vicino di casa. Quando mi ha visto in fondo al portico del palazzo mi ha accolto con un “Ma sei veramente tu?”. E poi due chiacchiere di rito, come va, come non va.
Ieri sera poi sono uscito, una puntatina alle Colonne di San Lorenzo per prendere un po’ d’aria fresca. Mentre mi recavo sul posto ho incontrato un ragazzo. Il volto era noto, il tempo passato chiaramente ci ha modificati, ma non tanto da impedire di riconoscerci.
“Ehi”, fa lui in un tono chiaramente alterato da qualche psicotropa.
“Ehi”, faccio io, sullo schivo andante, del resto non mi ricordo nemmeno come si chiami.
“Hai da prestarmi dei soldi?”
“No, mi spiace, ma vivi ancora a Pieve?”.
Lui ha mugugnato qualcosa, qualcosa di incomprensibile e ci siamo scivolati accanto, ognuno per la sua strada.
Io quel ragazzo me lo ricordo, mi ricordo che quando ero ragazzino abitavo sotto di lui. E questo ragazzo aveva una famiglia davvero difficile. Storie di maltrattamenti, di litigi. Io gli tenevo un po’ compagnia e giocavamo insieme perché in fondo aveva bisogno solo di quello e di qualcuno che gli volesse davvero bene.
Ho la netta sensazione che quel ragazzo, da quel trauma, non si sia mai ripreso.
L’insostenibile leggerezza del (poco) essere
August 11th, 2011 at 7:56 am
Ad un certo punto della tua vita decidi che semplicemente è arrivato il momento di fare un po’ quello che ti pare.
È arrivato il momento di mettersi una hoodie e calarsi il cappuccio bene sulla testa. Di scendere in strada, prendere un tondino, una mazza da baseball o magari un semplice palo di ferro e andare a sfasciare qualche vetrina di negozio e darsi ad un folle saccheggio. Il tutto in preda ad un euforia che non viene ne’ dalla politica ne’ dal malcontento sociale ne’ da nessun motivo razionale.
Questo è probabilmente quello che è capitato in questi giorni.
Il casus belli era chiaramente pretestuoso. Non si fa un macello simile per un caso di polizia troppo efferata. Soprattutto quella inglese. Ci sono molte analisi interessanti che sto leggendo in questi giorni, una che vi consiglio (in inglese, però) è questa. Da questo articolo emerge un elemento molto interessante. Ovvero come delle personalità sostanzialmente vuote, non percepiscano nemmeno più come importanti nemmeno le più basilari leggi di convivenza civile.
Ed è ancora più interessante correlare questo ad altri eventi che capitano (sebbene in misura decisamente più contenuta) anche nel nostro paese. Ricordiamoci ad esempio la devastazione dell’opera d’arte moderna “la città che sale” esposta in Piazza Duomo a Milano fino a qualche mese fa. Aldilà della discutibilità stessa dell’opera, abbiamo assistito ad una folla completamente fuori controllo per la vittoria della squadra locale (il Milan se ricordo bene).
E ripeto, mutandum mutandis ho la sensazione che la radice sia molto simile.
Fondamentalmente capita che ti ritrovi con una testa completamente svuotata delle nozioni base di civiltà e riempita di altro. O magari di niente che è ancora peggio. E anche qui è difficile dire qual’è la grande aspirapolvere di pensieri che agisce. Sicuramente la noia, la mancanza di stimoli, di interessi, ma anche la continua tempesta di “miti negativi” che però hanno successo e che ti fanno pensare “ma scusa, per quale motivo devo farmi il culo a fare le cose che tanto poi non serve a niente? Io voglio essere come tizio, che non ha fatto nulla nella vita se non tirare due calci ad un pallone e ora ha la Bentley”.
E se a questo aggiungiamo anche un tocco di miseria, di vita ne sobborghi della grande Londra (Brixton docet) dove veramente le persone che ci vivono probabilmente son state dimenticate da una società che ha puntato sui cavalli vincenti della City allora possiamo capire come la miscela diventi esplosiva.
Persone disperate, con la testa piena di “Grande Fratello” (quello inglese poi è particolarmente succulento in termini di assenza completa di cervello) e patatine si lanciano in una gara alla distruzione, a rubare televisori “perché tanto chissenefrega?”. Insomma animali allo stato puro.
Non nascondo che tutto questo mi lascia profondamente scosso, perché una cosa simile, se succedesse in Italia, prenderebbe delle dimensioni che nemmeno voglio immaginare.
Il parco di porta Venezia.
May 9th, 2011 at 12:04 am
È difficile rappresentare la sensazione piacevole del parco di Porta Venezia di questa domenica di sole.
Avrei voluto avere con me la macchina foto. Che purtroppo, invece è rimasta a casa. Vittima del caricabatterie disperso chissà dove.
Era così umano quel parco, così pieno di vita. I bambini, certo, giocano un ruolo fondamentale in tutto questo. Con il loro sciamare allegro
riescono a infonderti una profonda serenità. Quasi come se stando loro vicino potessi riassaporare per un momento quella beata sensazione di pagina bianca da cominciare. E poi le mamme, i papà, i passeggini, gli innamorati, gli amici con la chitarra, quelli con solo la voglia di stendersi al sole sul prato, quelli come me ed E. che passeggiano raccontandosi e capendosi, forse.
Sono contento di stupirmi ancora per queste cose. Anche se poi scopro che le persone (forse le stesse) sono anche capaci di cose ignobili come questa (ringrazio M. per la segnalazione). Spero decidiate di accendere il cervello, un giorno. Capirete lo scempio che avete commesso.
Ma non ho voglia di arrabbiarmi. Non oggi. Domani comincia una nuova settimana e di come vanno le cose in sto periodo, mi sa che ne succederanno delle belle.
Buonanotte.
Venerdì
May 6th, 2011 at 7:32 am
Di sto periodo sembra abbiano deciso di dare una svelta allo scorrere del tempo. Anche questa settimana se ne è andata via in un soffio.
E tra l’altro nella tempesta tecnologica che sto attraversando mi accorgo che succedono belle cose attorno a me. È nata Beatrice, la figlia di A., L. si sposerà (sebbene ancora non sappia quale sciagura le porterà avere i Bicipiti che suoneranno alla festa), R. il mio collega rumeno è anche lui in attesa di un figlio, G, l’altro collega rumeno, invece il suo little boy l’ha già avuto ed è contentissimo. Aria primaverile. Chissà perché quando hai attorno ai trent’anni ste cose assumono un senso tutto particolare.
Massi’, nelle riflessioni da divano del mattino mi posso permettere anche pensieri così.
Andiamo a lavorare valà.
Vota Antonio
May 1st, 2011 at 10:43 am
Tempo di elezioni a Milano e tempo di manifesti, di bigliettini infilati nella macchina e di volantini distribuiti agli angoli delle strade.
Qualche volta mi piacerebbe fare il conto di quanta carta viene usata in questi giorni, carta che, dalle bellissime foto patinate che vedo, sicuramente non è riciclata (Idea per il politicante di turno: campagna elettorale green, o paperless usando un altro suggestivo aggettivo inglese).
La campagna elettorale “brevi manu” (il volantino, per intenderci), rimane probabilmente la formula di propaganda migliore per capillarità ed immediatezza. E così trovi giovanotti e non giovanotti a distribuire volantini al mercato, fuori dalle scuole, sulle strade, in piazza, in ufficio e, al cinema. Si. Anche fuori dal cinema.
Mi sono imbattuto in uno di questi con G. (non quella G) l’altro giorno. Il ragazzo era davvero impegnato a distribuire i volantini. Intanto che aspettavamo di entrare, abbiamo passato un po’ di tempo ad osservarlo, e ad osservare le reazioni delle persone “toccate” dal giovane.
Credo ci siano almeno quattro tipi di reazione, ognuna corrispondente ad un particolare profilo elettorale che proverò a delineare.
Il deciso.
Il deciso lo riconosci subito, con braccio teso verso la mano distribuente, raccoglie il verbo cartaceo e cerca immediatamente un contatto visivo con il distributore a volte sottolineando il momento con una frase come “certo, lo voto di sicuro”.
Il vergognoso.
Il vergognoso è un bell’elemento. Fermato dal distributore dapprima si guarda attorno per identificare quali sono le vie di fuga più accessibili e imbocca subito il percorso il più divergente possibile da distributore, tendenzialmente a testa bassa, per far si che non ci sia nemmeno la scusa dello sguardo. È da dire che il vergognoso è solitamente educato, quindi non ha la forza di ignorare il distributore e deve per forza sporcarsi le mani con il volantino. Tipicamente poi, queste persone appartengono alla maggioranza silenziosa. Solitamente si instaura una piccola danza, con il distributore che fa scudo di sé di fronte al vergognoso, che immobilizzato deve accettare il volantino. Qui i distributori più scafati (come del resto il nostro) fanno una domanda tipo “lo conosce tiziochesicandidaperilpartitox?”. Lì scoppia la vergogna, visi rossi, mani che tremano, occhi persi nel vuoto. Manco un’interrogazione di latino al classico. Sembra quasi che il vergognoso la sua scelta elettorale debba farla lì, pena l’esecuzione sommaria. Solitamente il vergognoso risponde evasivamente e, se accompagnato indica gli amici e aggiunge “scusa, li sto perdendo” e si affretta in loro direzione.
Quello dell’altro partito.
Ovviamente capita che dai il volantino a quello che non ha mai votato, ne’ tantomeno avrà mai intenzione di votare per quel partito. Qui le reazioni variano dal sorrisetto ironico con mano alzata a mo’ di “stop” e una formula di fuga tipo “no, grazie” allo sguardo schifato di chi sta ricevendo un sacchetto di escrementi fumanti, con faccia disdegnosa e ricerca del potere incendiario per sterminare all’istante il distributore.
Qui solitamente il distributore si gioca la battuta o comunque cerca lo scontro. A volte capita che lo scontro avviene e allora bisogna chiamare la polizia.
Il paraculo.
Il paraculo è forse il più bieco dei profili. Solitamente simpaticone, sottolinea il gesto del distributore con una frase del tipo “cosa abbiamo qui?” e fa un gesto troppo ampio di ricezione. Lasciate che vi spieghi la sottile psicologia del soggetto. Il paraculo sostanzialmente è un’individualista spinto, o comunque uno di quelli che si definisce apolitico (una delle cose che ho imparato nei giorni dell’adolescenza è che puoi essere ateo ma non apolitico, perché si puoi non credere, ma no non puoi non vivere socialmente (o comunque non sempre purtroppo o per fortuna)). Solitamente poi ha anche un sacco di cose da fare, quindi capisce che prendere il volantino sorridendo è la maniera migliore (e più rapida) per liberarsi dello scocciatore. Ma la cosa più incredibile del paraculo è che ha sempre in mente la mossa successiva. Infatti mentre sta gestendo la schermaglia con il distributore ha già indentificato il cestino più vicino.
Noi poi il volantino l’abbiamo preso. Peccato che io non voti a Milano.
Questo strano Aprile metafisico.
April 9th, 2011 at 9:33 pm
Oggi, il termometro della macchina diceva che c’erano 34ºC. Si ok, il termometro della macchina e’ uno che si scalda facile, pero’ che oggi facesse caldo a Milano mi sembra sostanzialmente un dato di fatto.
E tutto era quasi metafisico. Quella concezione di metafisico a-la’ De Chirico. Sai quando metti una cosa che non c’entra niente con il contesto e ottieni quello strano senso di estraneamento. Ecco. Quello era un po’ la sensazione. Un caldo che non c’entra niente con Aprile. E tutto il resto. Perche’ alla fine i milanesi (e, fortunatamente – le – milanesi) fanno presto a fare estate. E se le rondini non fanno primavera da un bel pezzo, il caldo di oggi faceva sicuramente estate.
E l’altra condizione surreale oggi era nella mia testa. Tipo pensieri che non c’entrano niente con il contesto. E creano quella stessa identica sensazione di estraneamento. Si perche’ oggi dentro la testa c’erano pensieri che non dovevano esserci. Perche’ sono pensieri pericolosi. Dannatamente pericolosi. Talmente pericolosi che ad un certo punto sono dovuto uscire di casa, vedere persone, per non essere assalito da quella molle sensazione.
Ad un certo punto, poi, si e’ alzato uno strano vento caldo. L’ho sentito tra i capelli, mentre guardavo gli occhi dei manifestanti deprivati del loro futuro, e ci siamo un po’ guardati tutti in quel momento. E’ stata una sensazione strana. Stranamente partecipata. Stranamente percepita. Una sorta di allucinazione collettiva. Ma al contrario. Una sorta di presa di coscienza collettiva. E’ stato bello. Come un abbraccio.
In realta’, poi, quei pensieri pericolosi li sento ancora li’, a pulsare nel retrocranio. Ma voglio e devo convincermi che sono solo frutto dell’Aprile metafisico.
O almeno lo spero.
In Isvizzera.
March 15th, 2011 at 7:51 am
La Svizzera e’ uno di quei posti dove sostanzialmente ti chiedi dove sia la fregatura ad ogni pie’ sospinto.
Le cose sono in ordine, la gente fa quello che dice di fare e nei tempi previsti, non bisogna fare a cazzotti per essere pagati, le persone sono competenti, il lavoro affrontato sempre con precisione, il cibo tutto sommato e’ buono, le tasse sono basse (tipo l’iva sostanzialmente inesistente), il luogo e’ decisamente bello…
Insomma. Che noia.
Metti una sera a Milano.
March 6th, 2011 at 12:45 pm
Metti una sera a Milano, metti una passeggiata da Porta Ticinese al duomo, metti un salto alla Rinascente, metti uno sguardo da Prina, metti un Campari da Zucca, un aperitivo alle Colonne, una serata cominciata male in via Padova, chiacchiere da bar in un (appunto) bar improbabile, metti la barista che fa saltare l’impianto elettrico, metti gli sproloqui di un avventore nostalgico del duce, metti poi un take away indiano, il Wasabi all’Isola, le chiacchiere tra amici al tavolino, metti la Sambuca con ghiaccio e mosca, metti le risate e metti, poi in fine il tornare a dormire.
Shakerando tutto, non ti accorgi nemmeno che ti riscopri vivo e pronto a ricominciare. E tutto sommato anche contento, perchè alla fine, gli sforzi di quattro anni, sono serviti a qualcosa.
E brava Milano. Ieri, alla fine, sono stato bene.
Alternative rock whores
February 22nd, 2011 at 1:17 am
ERRATA CORRIGE: Kurt le chiamava Corporate Rock Whores. Ma poco cambia.
Ieri sera sono andato al Magnolia.
Era un po’ che non ci andavamo e il compleanno di S. e’ stato il motivo scatenante di questa serata.
Non solo, in realta’. Era anche il ventennale dell’uscita di Nevermind. Si, proprio quel disco li’. E per la serata e’ stata organizzata una piccola kermesse di gruppi piu’ o meno grunge (tipo, ma gli Octopus cosa c’entravano?). Boh, sinceramente non voglio entrare troppo nel dettaglio “artistico” della serata. Basti solo dire che forse Kurt non e’ morto una sola volta, ecco.
E sinceramente non voglio nemmeno entrare nell’amarcord esistenziale del “ah, la musica della mia adolescenza” (o comunque della prima parte della mia perpetua adolescenza) oppure “cavoli come siamo vecchi”. Boh, io c’ero, con i capelli lunghi e i jeans strappati sul ginocchio. Fa folklore, se non altro.
Comunque in questa sorta di farsa grunge, l’unica cosa veramente, ma veramente autentica era un gruppetto di donzelle che un po’ cantavano, un po’ passeggiavano raccogliendo sguardi decisamente poco da gentleman e un po’, inevitabilmente, frivoleggiavano. Sta di fatto che ad un certo punto un paio di queste sono salite sul palco e la sensazione che ho avuto e’ stata la stessa di quando per sbaglio guardo frammenti di Buona Domenica e vedo bellocci e bellocce sul palco a scambiarsi sorrisi in una sorta di party privato chiuso ai poveri mortali.
E un po’ mi sono ricordato che Kurt le chiamava Alternative rock whores, ste qui. E forse, per colpa di una di queste, s’e’ pure sparato.
E comunque lo ammetto. Me lo sono chiesto come sarebbe stato il mondo se Kurt fosse stato ancora vivo.
Ciao Kurt, sei stato il primo e l’ultimo mito della mia gioventu’.
Viva l’Italia
February 19th, 2011 at 10:19 am
C’è sicuramente da dire una cosa:
ci sono tanti motivi per cui amo questo paese e altrettanti per cui lo odio.
Ma sicuramente uno degli aspetti che amo di più e la retorica.
E lo vedo in tante piccole cose che questo è il paese delle chiacchiere, delle parole (molto e troppo spesso) al vento. Lo vedo tra gli amici, lo vedo tra i politici (vabè si potrebbe anche dire che è il loro lavoro ma…) e l’ho visto l’altro giorno nel monolgo di Benigni del quale avrei volentieri fatto a meno (vorrei ricordare a tutti il vero, e da me amatissimo, Benigni).
Ma tant’è.
Questo, è il Paese degli eterni chiacchieroni e degli eroi facili. Troppo facili.
Viva l’Italia.
Spendi, mangia, lavora…
January 30th, 2011 at 10:13 am
Doppio post oggi. Si. Credo ne valga la pena.
Siamo tornati da poco dal Chatuchak. Un mercato immenso. Ci sono talmente tante cose e talmente ad un prezzo ridicolo, che c’e’ da impazzire. Persino io, che non sono assolutamente uno shop-a-holic, ho avuto dei seri problemi a fermarmi dal comprare tutto. E ho chiesto ad un certo punto se per favore potevano portarmi a casa. Ed in questo mercato tutto va un po’ cosi’, si tratta tutto, ti cercano di fregare, ma alla fine si sorride e si e’ tutti felici quando si conclude l’affare. Anche perche’ quanto ti rendi conto che stai trattando per una maglietta che costa due euro…vabe’ il folklore, ma ti senti anche un po’, come dire, pirla ecco.
E tornato a casa mi rendo conto che il piu’ delle foto che ho portato a casa sono di mercati e di bancarelle di cibo. Perche’ si sono tutti magri qui, pero’ il cibo e’ ovunque e la gente mangia in continuazione. L’altro sport nazionale poi e’ lo shopping. Perche’ qui tutto e’ in vendita, persino gli organi dei turisti che finiscono in situazioni strane. E poi lavorare. Qui la gente tira a campare con qualsiasi cosa, dal rivendere le ciambelle di Krispy Kreme al doppio del prezzo ai turisti all’improvvisarsi tassinari se il raccolto del riso non va bene.
Asia. Si. Asia.
In questo caldo pomeriggio, vado a sdraiarmi e riposare un po’.
Ah, curiosita’. Il nome originale di Bangkok e’ “กรุงเทพมหานคร อมรรัตนโกสินทร์ มหินทรายุทธยา มหาดิลกภพ นพรัตนราชธานีบุรีรมย์ อุดมราชนิเวศน์มหาสถาน อมรพิมานอวตารสถิต สักกะทัตติยะวิษณุกรรมประสิทธิ์” che tradotto in inglese sarebbe qualcosa del tipo “The city of angels, the great city, the eternal jewel city, the impregnable city of God Indra, the grand capital of the world endowed with nine precious gems, the happy city, abounding in an enormous Royal Palace that resembles the heavenly abode where reigns the reincarnated god, a city given by Indra and built by Vishnukarma“.
Che roba.
sa-wat dee. (Ciao).
Viva la gente
January 18th, 2011 at 1:33 am
Il proposito 35bis dell’anno nuovo prevedeva la tolleranza.
Lo so, mi devo sforzare a cercarlo, ma forse qualcosa di utile c’e’ nel tollerare. Si, diciamo che la tolleranza e’ un grande, grandissimo esercizio di pazienza, soprattutto con quello che ci tocca vedere.
Ma un proposito per il nuovo anno e’ un proposito.
E allora si inizia.
E si inizia dall’ascoltare di piu’ e dal provare a giudicare di meno. Difficile. Per me il giudizio e’ sempre stato una forma di conoscenza. Per molti invece e’, insieme all’amico Pre, pre-giudizio. appunto. E, sebbene il pregiudizio mi abbia in qualche modo salvato dalla morte cerebrale certa, forse anche lui ultimamente sta mostrando il fianco. Almeno in termini di serenita’ mia personale.
Ma vabe’, alla fine questo lungo preambolo era per dire che oggi sono stato ad ascoltare per un po’ una tizia che non voleva viaggiare perche’ vittima di qualche fantomatica paura (tipo, ma non hai paura di viaggiare da solo a Singapore? E io mi dico, mi sa che sono loro ad avere paura di me) senza scriverla nella lista. Si ho una lista. La lista #moritetutti. Ma Andate tranquilli. Quest’anno forse qualcuno lo cancello.
synchronize love to the beat of the show
January 16th, 2011 at 3:23 pm
Ragazzi che serata.
Oltre ogni aspettativa, quando ho visto che la gente non riusciva nemmeno ad entrare sono stato preso da un’emozione forte.
Nel senso, a suonare mi sento abbastanza a mio agio, ma suonare di fronte ad un locale pieno, con un sacco di gente e uno strumento nuovo (la batteria), insomma è stata un’emozione fortissima.
Stamattina appena sveglio, ho ripensato a quel momento esatto, quello proprio prima del primo colpo di cassa in cui ti dici “fanculo, o la va o la spacca”.
E abbiamo spaccato.
Grazie a tutti gli amici che ci sono venuti a sentire, una buona percentuale del successo della serata è tutta dovuta a loro.
Dance, dance, dance, dance, dance to the radiooooooooooo
Prove e nebbia
January 12th, 2011 at 1:42 am
Gran nebbia stasera a Milano. Alla faccia di quelli che dicono che “in citta’ non c’e’ piu’ la nebbia”. Invece, quel leggero velo opaco c’e’ eccome, con il suo potere “magico” che fondamentalmente sta tutto nel nascondere i contorni netti.
La serata si e’ svolta a meta’ tra la sala prove e “Le Vieux Strasbourg”.
La meta’ in sala prove ci ha visti iniziare a serrare i ranghi in vista della serata di Sabato. Non stiamo andando male, ho solo la sensazione che manchiamo di organicita’, che sembra un po’ che ognuno suoni, si, ma non si suoni assieme. Ma del resto e’ gia’ un miracolo se i pezzi stanno assieme tenendo conto che il batterista (il sottoscritto), fa un po’ acqua da tutte le parti.
La seconda meta’ della serata invece ci ha visti andare al pub sopra menzionato, per la consueta birra post sessione di prove. L’osservazione principale in questo caso e’ che stiamo diventando come gli americani: seduti al bar a guardare la televisione svettante sulle teste degli avventori. La comunicazione muore e il calcio vince. Viva l’Italia.
E poi mi devo ricordare di non prendere mai piu’ la Fischer alla spina. Mai piu’.
L’ultimo pensiero prima di addormentarmi e’ che stanotte dormiro’ con Sleep Cycle.
Che Nerd.
Una notte anarchica
January 9th, 2011 at 12:04 pm
Ebbene, ieri sera ci si reca alla Scighera per assistere ad un improbabile “scontro” tra Pietro Gori e Fabrizio de Andre’ (che il link non ce lo metto che tanto lo conoscete tutti). Scontro a botte di scampoli di storia, letti da un professorone (credo, almeno dalla dialettica) e da un “amico di Fabrizio de Andre’” (si, si puo’ diventare autorevoli anche per motivi tipo questo).
Tra un round e l’altro canti corali dell’uno (il Gori ha scritto molti canti popolari anarchici) e dell’altro (evabbe’, le canzoni di de Andre’).
La serata e’ stata molto “umana”. Oddio, io non so perche’ alla fine questo tipo di eventi assumono quasi sempre le stesse connotazioni che sono:
- tra le prime file persone che hanno una paresi facciale che fissa l’espressione sul sorriso del “io sono un figo che sorrido perche’ capisco”
- il moderatore che fa battute improbabili (oltre che essere vestito in modo improbabile, cioe’, apprezzo molto il cravattino frastagliato tardo ottocentesco inizio novecento, pero’, dai) e guarda pomposo gli astanti contento del suo momento di gloria. Le sue battute lo portano ad un certo punto a dire che si Fabrizio de Andre’ scriveva di amore, droga, solitudine, come del resto facevano anche altri suoi colleghi, tipo Iva Zanicchi (e io dico, ci sono milioni di cantautori italiani e tra tutti quei milioni dovevi prendere la povera Iva che preferisco ricordarmela per “Zingara” e la sua conduzione di “Ok il prezzo e giusto”, dato che la sua discesa in campo l’ha resa sostanzialmente una parodia di se stessa)
- I canti popolari. Non lo so, a me ste cose alla fine mi fanno sempre pensare che c’e’ un motivo per cui certe cose di nicchia sono e di nicchia rimarranno per sempre.
- Gli astanti. Gli astanti sono quelli tipo della Festa dell’Unita’, dai ce li avete presenti, eta’ tipo mio padre, che escono un paio di volte all’anno proprio per questi eventi, prendono un bicchiere di vino in piu’ e ciao, andati, li’ a darsi di gomito e a rivangare i bei tempi dove, cazzo, la cocacola non c’era e c’era la spuma (e in effetti la spuma c’era, persino declinata in vari gusti, a un euro e cinquanta).
Questa l’atmosfera insomma.
E questo il resoconto della serata:
- Non ho mai sentito pronunciare il mio nome cosi’ tante volte. A limite dell’insopportabile. Ed io AMO il mio nome.
- L’anarchismo, di questo passo, non andra’ mai da nessuna parte. Purtroppo.
- I circoli A.R.C.I. mi lasciano un po’ perplesso per la loro forma di “organizzazione”. E cara C., l’hai provato sulla tua pelle.
- “Pietro Gori Vs. Fabrizio de Andre’” mi e’ sembrato un pochino esagerato come nome dell’evento.
- Evviva i posti come la Scighera, che, nonostante tutto, riescono a trasmettere qualcosa di vero e di interessante in un panorama avvilente fatto di…beh fatto di Milano.
- Evviva il Braulio, che ti farebbe digerire anche una pizza al cemento.
Mulţumesc
December 20th, 2010 at 12:10 am
Grazie agli amici di Bucharest, per avermi ospitato tra loro e per avermi fatto sentire a casa. In fondo e’ dalle piccole cose che si percepisce l’umanita’ delle persone. Da piccoli gesti. Quasi invisibili.
Ero partito curioso di sapere cosa succedeva in quell’angolo di mondo e ne sono tornato soddisfatto. Si capisce molto di alcune cose che succedono da noi andando a visitare certi Paesi.
Non aggiungo molto altro. Solo un grande abbraccio a G., che domani diventera’ papa’. Evviva!
non attacca
December 6th, 2010 at 10:14 am
Si ecco, un altra frasetta che non sopporto legata alla neve (qualcuno ha avuto modo di notare il mio odio per l’altra espressione insopportabile “fioccare”).
Tu sei li’ come un bambino che, con gli occhi spalancati e la bocca leggermente aperta, guarda il cielo con quei piccoli pallini bianchi che scendono con una grazia che non e’ di questo pianeta sperando solo che di li’ a poco ce ne sia un metro a terra, di quei pallini e senti da dietro una vocina del cazzo che dice “si ma tanto non attacca”.
Ma che volete? E’ cosi’ drammatico per quella cosa che chiamate vita perdere un paio d’ore a guardare questa meraviglia? Possibile che l’unica cosa che vi suggerisca la neve e’ il fastidio?
Siete morti dentro.
Ma che siamo diventati?
November 21st, 2010 at 12:07 pm
Cosi’ guardando “fisica o chimica” in televisione, rimango un po’ perplesso circa quella che al momento e’ considerata “nomalita’” all’interno delle scuole. Ok l’estremizzazione televisiva, ok quello che volete, pero’ vedere questo show dove a mo’ di scimmie bonobo seguendo combinazioni binomiali tutti si fanno tutti indistintamente mi fa un pochino pensare.
Alla fine quando ero al liceo io era gia’ tanto se riuscivi a flirtare con la compagna di banco e con quella dell’altra classe, arrivare a coinvolgere nei menages anche i professori era qualcosa che non era nemmeno nell’anticamera del cervello. Ora invece diventa “banale” anche quello, quasi ovvio, scontato, quasi che i miei flirtini liceali erano roba da Alvin e i Chipmunks.
Poi sfoglio i giornali e trovo notizie tipo quella dove si propone di mettere telecamere negli asili per monitorare quello che accade alla luce dei fattacci di cui si sente ogni tanto. E qui boh, la perplessita’ arriva a livelli cosmici.
Ma che siamo diventati?
Un tempo per vedere cose strane bisognava guardare la televisione, ora invece si legge il giornale. Ed Avere un ministro valletta ed un premier diciamo discutibile sembra quasi una banalita’. Visti i presupposti.
Social or Ego-social?
May 9th, 2010 at 11:43 pm
Oggi sono stato coinvolto in quello che doveva essere un flash mob (si dice cosi’, me lo ha detto G). Uno di quei ritrovi “segreti” dove sostanzialmente si fa tutti insieme una cosa strana. In questo caso la cosa strana era ballare tutti quanti ognuno con le cuffie nelle orecchie ascoltando musica dal proprio lettore musicale. C’era una playlist consigliata, ma si poteva anche ascoltare quello che si voleva.
Arrivati sul posto (per la cronaca Piazzale Cordusio) ci si e’ presentata questa scena:

C’erano un sacco di ragazzi (penso circa un paio di centinaia)! E per giunta dotati di cuffiette. Nonostante la pioggia, devo dire. Beh, superati i primi momenti abbiamo notato che qualcuno iniziava, timidamente, ad accennare qualche gesto di danza. Poi ad un certo punto si parte:

L’allegra masnada parte, cuffie alle orecchie, alla conquista della citta’. Forte. Davvero.
Sta di fatto che vista la pioggia decidiamo di piegare verso una sala da the del centro.
Caffethetortevariebottigliettedacqua.
Inizia anche una discussione circa i social media. Il tema e’ sostanzialmente: il valore sociale del social networking. I social media sono veramente sociali oppure hanno un valore esclusivamente autoreferenziale? Sistemi come twitter, blog, microblog e compagnia cantante, servono solo a soddisfare l’egocentrismo (anti-social networking) di chi li alimenta oppure hanno un senso di condivisione alla base? Qual’e’ il confine tra condivisione ed esibizionismo? Qual’e’ il confine tra social e sociale?
Sta di fatto che eravamo i piu’ vecchi della piazza probabilmente. Fossimo stati piu’ giovani non avremmo ripiegato sulla sala da the.
Si, sala da the. Fa ancora piu’ vecchio.
(sfondo color seppia)
