Addio zio
November 29th, 2011 at 10:17 am
Voglio ricordarti come in questa foto.
Da solo tra gli ulivi della tua terra.
Lontano dalle persone e da un mondo che hai sempre odiato e dal quale forse sei sempre stato deluso.
Non capisco e non accetto molte delle cose che hai fatto e detto. Soprattutto non accetto che non ti sei preso delle responsabilità non tanto verso te ma verso chi aveva bisogno di te. Questo non lo accetto.
Porto dentro il ricordo delle volte che andavamo in vigna e mi raccontavi della vite e del pomodoro.
E mi spiace, che attorno a tutte queste cose tu non sia mai riuscito a costruirci una vita.
Addio.
Un piccolo salto nel passato
August 12th, 2011 at 7:59 pm
E’ il secondo anno, questo, che mi vede tornare a casa dei miei genitori durante l’estate. E per me è l’occasione di tornare in spazi che non vivo da tempo ormai. È il tempo di riscoprire oggetti dal sapore di scuola, di liceo. Guardandoli mi ricordo tutta una serie di cose legate ad essi. Il telefono in camera mia, la scrivania, i miei libri. Un’altra vita. Sempre mia.
Poi ci sono le persone, i vicini di casa che non ti vedono magari da anni e che ti chiedono “come va?”, increduli a vederti dopo magari due anni di soli racconti da parte dei miei genitori. E allora incontro NP, il mio primo datore di lavoro nonché vicino di casa. Quando mi ha visto in fondo al portico del palazzo mi ha accolto con un “Ma sei veramente tu?”. E poi due chiacchiere di rito, come va, come non va.
Ieri sera poi sono uscito, una puntatina alle Colonne di San Lorenzo per prendere un po’ d’aria fresca. Mentre mi recavo sul posto ho incontrato un ragazzo. Il volto era noto, il tempo passato chiaramente ci ha modificati, ma non tanto da impedire di riconoscerci.
“Ehi”, fa lui in un tono chiaramente alterato da qualche psicotropa.
“Ehi”, faccio io, sullo schivo andante, del resto non mi ricordo nemmeno come si chiami.
“Hai da prestarmi dei soldi?”
“No, mi spiace, ma vivi ancora a Pieve?”.
Lui ha mugugnato qualcosa, qualcosa di incomprensibile e ci siamo scivolati accanto, ognuno per la sua strada.
Io quel ragazzo me lo ricordo, mi ricordo che quando ero ragazzino abitavo sotto di lui. E questo ragazzo aveva una famiglia davvero difficile. Storie di maltrattamenti, di litigi. Io gli tenevo un po’ compagnia e giocavamo insieme perché in fondo aveva bisogno solo di quello e di qualcuno che gli volesse davvero bene.
Ho la netta sensazione che quel ragazzo, da quel trauma, non si sia mai ripreso.
la differenza di potenziale
July 4th, 2011 at 10:39 pm
La differenza di potenziale è la base dell’elettricità. Da un lato c’è qualcosa con una certa carica, dall’altro un’altra cosa con una carica diversa. In virtù di questo si genera energia.
Ultimamente ho la forte sensazione, che il motivo di questa *E*nergia che scorre, stia proprio nella differenza di potenziale.
*E*nergia. Si.
Cominciare
June 9th, 2011 at 12:01 am
È difficile spiegare la sensazione che si prova quando si comincia qualcosa.
C’è sicuramente qualcosa di magico, una sorta di volontà che si fa atto.
Sarebbe bello poter conservare quella forza, da riutilizzare poi quando si deve “mantenere” qualcosa.
Sicuramente più noioso, ma è proprio qui che un po’ di quel fuoco sacro aiuterebbe.
Nella fattispecie, al mio ritorno da Parigi (!) inizierò le lezioni di batteria. Questa cosa mi carica molto, perché finalmente potrò
rendere concreta questa passione. Perché ho la sensazione che questa, a differenza di quanto dice il mio adorato Pinketts (“la passione si chiama così perché passa”), non passerà.
E poi si, Parigi. Non è che faccio finta di niente. Son contento di ritornare nella Ville-Lumière. L’ultima sortita non mi convinse granché. Da Sabato a Mercoledì. Una bella vacanza. Peraltro stranamente (rispetto alle mie sortite) in buona, se non meravigliosa, compagnia.
Ma ora nanna, domani c’è un bel ritorno al passato da affrontare oltre ad un inaspettato presente.
Senza tempo
June 5th, 2011 at 12:34 am
Che cosa strana il tempo.
Quando meno lo desideri, sembra quasi ci goda a rallentare per farti soffrire di più.
E, al contrario, va velocissimo quando vorresti cristallizzare un attimo per sempre.
E ci sono anche momenti in cui invece il tempo non esiste, completamente smaterializzato in una sensazione sfuggevole.
Addirittura poi, a volte il tempo lo devi tenere. Ed è quasi come dominarlo.
Da qualche parte, tempo fa, avevo detto che il tempo era ora.
Eh si. Il tempo è proprio ora.
Il cesto della frutta.
May 25th, 2011 at 11:08 pm
Penso ad un bel cesto di frutta, messo nel mezzo di una tavola rotonda, al centro di una cucina in muratura.
La cucina ha grandi finestre ed entra molta luce nella stanza. Il cesto di frutta brilla nella stanza e sembra quasi parlare.
Ma la sua bellezza parla per lui. Non ho mai conosciuto nessuno non apprezzare un cesto di frutta, magari anche solo esteticamente.
E i frutti, tra loro vivono di grande equilibrio, la rotondezza della mela verde, si sposa alla perfezione con il ruvido pelosetto kiwi. La banana slanciata è come se si abbracciasse all’anans complicato. Un complesso Tetris naturale bellissimo.
Poi ad un certo punto a mo’ di esperimento metti una mela marcia nel cesto. Sebbene Caravaggio ci abbia fatto una fortuna con queste cose, il risultato qui è tutt’altro che positivo. Quell’armonia di fondo si guasta, i frutti uno ad uno cadono in una marcescenza contagiosa, il cesto diventa da esempio di armonia emblema di tristezza e decadenza.
Fino a quando solitamente si butta tutto. E non c’è più niente da fare.
Ma ancora noi usiamo essere lassisti. E non si dovrebbe. No no.
Restare nelle cose
May 22nd, 2011 at 9:42 pm
Uh che giornate difficili. Che notti difficili.
Volevo intitolare questo post May I Remember, ironizzando sulla parola May e sul doppio significato della frase (Posso ricordare, Il Maggio che ricordo).
Ma alla fine la frase che ho imparato in questi giorni è “restare nelle cose”. Soprattutto quando la si usa per definire l’andarsene. Ironico. Ma ormai qui tutto è così, ironico appunto.
E sia allora, sorridiamo e continuiamo a navigare. Scrissi un post una volta circa la navigazione. Ed era quasi all’inizio della fine. Sono maledettamente autoreferenziale. Ma mi dà sicurezza, cosa posso farci?
Oggi è stata una bella giornata serena. Passata in famiglia a fare cose vere come andare alla cresima del mio cuginetto D., a ridere con mia cugina del vescovo che era decisamente alla sua quinta o sesta messa dato che sembrava decisamente sbronzo a furia di sangue di cristo.
La Cresima. A volte di questo periodo così pieno di sovrastrutture, sembra quasi impossibile che il resto del mondo continui a fare quelle cose lì (quelle cose lì = vivere, n.d.r.). Eppure è un bel “ripartire dalle cose” (maledetta ECN sei passata di qui un mese e mi hai lasciato già due figurine).
Ripartiamo dalle cose. Che forse è davvero la chiave per rimanerci, nelle cose.
Ah poi tempo fa scrissi questa cosa. E da tempo la volevo pubblicare. Magari leggerete il seguito sempre qui.
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Un sabato pomeriggio come tanti altri. Diverso dagli altri solo nella voglia di sconfiggere quella molle morte quotidiana. Che parlare poi di sconfitta è sostanzialmente risibile. Soprattutto quando Gionata fa quelle cose da uomomedio. Dedicarsi alla cura dell’auto. L’anticamera della morte, appunto.
Ma fiero di questo (di quella fierezza sinistra, quasi libidinosa) Gionata si è sentito vivo. È tornato a casa, si è seduto al tavolo della cucina ed ha preso dal frigorifero una birra fresca. Una volta stappata ha acceso la televisione con lo stesso gesto ampio e solenne di chi si accende un sigaro. Il gesto del giusto. Il gusto del gesto. E non si è forse nemmeno accorto delle altre presenze nella cucina. Perché quando Gionata gode, il mondo non esiste. E Gionata stava godendo.
Che la giornata fosse destinata a prendere una piega particolare Gionata l’aveva capito. C’era quella sensazione di giustapposizione nell’aria.
La sensazione di giustapposizione. Si. Gionata provava a spiegarla. L’ha spiegata anche a Caronte e lei, sembrava aver capito. Perché nella vita del Gionata, Caronte era donna. Anzi. Una stronza. Ma senza saperlo.
E in quella giornata ha chiamato Emme. Un invito a cena, scherzosamente romantico. Gionata era contento. Forse aveva paura di esser lasciato tutto il giorno ai suoi pensieri. “Il pericolo è scongiurato”. Si disse. Ed uscì.
Una Milano imbellettata da un sole primaverile voleva nascondere a tutti la morte che la divorava da dentro. E Gionata si sentiva bene. Con Pandora al collo si sentiva forte.
Pandora è la macchina-foto di Gionata. Lui la chiama il “suo terzo occhio”. O forse avrebbe voluto chiamarla così.
Direzione Piazza Fontana. Al raduno del popolo dei mojiti. Perché nella sua morte lenta Milano ha fatto si che qualcuno necessitasse di manifestare per il Rock’n'Roll. Ma Gionata, nonostante l’evidente rigurgito adolescenziale, decise di prendere parte all’evento. Perché alla fine la musica era forse l’unica cosa che gli faceva ancora battere forte il cuore. Come quando era vivo. Perché Gionata una sorta di vita in realtà ce l’ha avuta pure e forse qualcuno la riteneva addirittura affascinante.
Sta di fatto che Gionata era ormai nella piazza, assieme ai manifestanti-rocker. Trovandosi nell’ormai troppo frequente situazione di non capire se a fargli più vomitare fossero i manifestanti o l’argomento della manifestazione decide semplicemente di nascondersi dietro Pandora e inizia a fotografare.
La gente cambia atteggiamento quando è di fronte all’obiettivo. Molto probabilmente si riuscirebbe a compiere una rapina circondati di sorrisi. Tipo: entri in una gioelleria, inizi a fare foto, commessi sorridenti, una mano che si allunga e…
In piazza c’era davvero un po’ di tutto. Ma tutto abbastanza di bassa qualità. C’era scioccato-boy, c’era il terribile bassista di quel gruppo, i Beforeminutes, che solo a guardarlo Gionata si sentiva bollire il sangue dentro. Chissà perché poi.
Il pomeriggio è continuato più o meno così in tranquillità. Poi è arrivata la Tempesta.
Preannunciata dal cielo grigio, la Tempesta si é imposta come un carro armato in un asilo. Ha iniziato a piovere, quasi istantaneamente. E pioveva grosso. Le gocce pesanti facevano rumore sul selciato. Ed emanavano quel profumo che a Gionata piace. Perché in fin dei conti il sole piace a tutti. Ma apprezzare la pioggia è una cosa per pochi intimi.
È delirio collettivo, i manifestanti preoccupati per le capigliature e i musicanti, preoccupati per un’eccessiva dose di corrente elettrica, in fretta e furia si rifugiano sotto il portico della Piazza. E Gionata con loro, una volta infilata Pandora sotto la giacca. Stare sotto la pioggia è bello, ma stava piovendo davvero tanto.
Qualcuno, sotto al portico ha iniziato a suonare, qualcuno a cantare, molti hanno semplicemente continuato a bere. Aveva un chè di autentico quella situazione. Ma Gionata cedendo ai suoi pensieri si era seduto appoggiato ad una colonna. A fare la cosa che più preferiva. Guardare le persone, guardare il cielo e farsi domande senza risposte. E magari anche commiserarsi un po’, rotolarsi in quella distesa di macerie che Caronte con la sua bionda apparizione aveva lasciato. Caronte, in qualche modo, era dentro la sua testa. Era il rumore di fondo dei suoi pensieri. Quando non c’erano pensieri Caronte emergeva prepotente, ed era come se un tizzone ardente venisse infilzato nella testa e nel cuore del Gionata. Che, forse, in fondo l’amava. O l’aveva amata. In realtà su questo c’era dibattito. Perché se l’amore è una parola grossa, la sofferenza lo era altrettanto. E Gionata, quando era sotto l’effetto di Caronte, soffriva come un cane.
A distoglierlo dal suo autolesionismo, due occhietti vispi. Gionata, in quel mentre stava guardando alcune delle foto scattate.
“Sei un fotografo?”, chiese Occhiettivispi.
“No” disse sorridendo Gionata e aggiunse: “è solo un hobby, un bel hobby”
“Che bella macchina che hai” disse Occhiettivispi indicando Pandora.
“Si, è un bel giocattolo”.
Occhiettivispi si accende una sigaretta, e scivola leggermente verso Gionata. Era sicuramente l’inizio di una conversazione.
“Bella manifestazione vero?”
Gionata era indeciso sulla risposta. Avrebbe potuto vomitare il suo odio per il pseudo-alternativismo imperante, oppure quello per la citta’ chiaramente diretta alla distruzione culturale e sociale. Sempre di vomitare odio si trattava. “Preoccupante” pensò tra se e se.
Optò per la seconda.
“Questa è la peggior Milano che sia mai esistita”. Disse con un tono solennemente disilluso.
“Non vivo a Milano da un po’. Raccontamela” disse lei.
Gionata a questo punto iniziò uno di quei lunghi discorsi sul fatto che lui in quella città ci era nato e cresciuto e che vedeva sprofondare verso il nulla giorno dopo giorno, parola dopo parola, sindaco dopo sindaco.
[to be continued]
Castori e Dinosauri
May 19th, 2011 at 1:10 pm
…che sebbene pensata ieri, suona bene anche oggi.
Abbassando – Avion Travel
Abbassando, abbassando, abbassando gli occhi
non mi hai detto più la verità
ci siam persi senza dirlo
prima del tempo
del tempo nero ch’è venuto senza pietà
pieno di sospetti
fragili e netti.
Abbassando, abbassando, abbassando le mani
sulle orecchie nella mia anima
mi son detta: “Non è vero!
E’uno sguardo sincero!”
Sincero e puro come il mio pensiero
perso nel parlare serio di passione.
Passione malpadroneggiabile
mi rende molto mobile
sulle sponde azzurre dello spazio amabile
e volo volo volo con i piedi nell’acqua
e un caffè nella pancia
per mangiare con te.
Abbassando, abbassando, abbassando valigie
dentro al porto mi sopporto un po’.
La mia faccia, stanco viaggio, no, non mi dà
coraggio di credere, credere, credere senza domande
le parole che tu non mi puoi dire.
Abbassando, abbassando, abbassando la testa
mi conforto e non ci penso più
mi son detta: “Lascia stare.
E’una storia popolare.”
e vale, vale, vale una canzone
nel parlare ludico di passione.
Passione malpadroneggiabile
mi rende molto mobile
sulle sponde azzurre dello spazio amabile
e volo volo volo con i piedi nell’acqua
e un caffè nella pancia
per mangiare con te
e vale, vale, vale una canzone
nel parlare ludico di passione.
Passione malpadroneggiabile
mi rende molto mobile
sulle sponde azzurre dello spazio amabile
e volo volo volo con i piedi nell’acqua
e un caffè nella pancia
per mangiare con te.
Casa
May 16th, 2011 at 12:18 am
Oggi ho avuto per la prima volta la sensazione di sentire la casa dove sto come la mia casa. Certo, la casa dove sono cresciuto ha sempre il suo valore. Ma oggi, guardando gli amici sul balcone e le piante che crescono ho pensato che mi sento bene qui.
Poi in realtà ci sono anche altre situazioni in cui mi sento a casa. E sono assolutamente nuove. Ma questa è un’altra storia. Si.
Il parco di porta Venezia.
May 9th, 2011 at 12:04 am
È difficile rappresentare la sensazione piacevole del parco di Porta Venezia di questa domenica di sole.
Avrei voluto avere con me la macchina foto. Che purtroppo, invece è rimasta a casa. Vittima del caricabatterie disperso chissà dove.
Era così umano quel parco, così pieno di vita. I bambini, certo, giocano un ruolo fondamentale in tutto questo. Con il loro sciamare allegro
riescono a infonderti una profonda serenità. Quasi come se stando loro vicino potessi riassaporare per un momento quella beata sensazione di pagina bianca da cominciare. E poi le mamme, i papà, i passeggini, gli innamorati, gli amici con la chitarra, quelli con solo la voglia di stendersi al sole sul prato, quelli come me ed E. che passeggiano raccontandosi e capendosi, forse.
Sono contento di stupirmi ancora per queste cose. Anche se poi scopro che le persone (forse le stesse) sono anche capaci di cose ignobili come questa (ringrazio M. per la segnalazione). Spero decidiate di accendere il cervello, un giorno. Capirete lo scempio che avete commesso.
Ma non ho voglia di arrabbiarmi. Non oggi. Domani comincia una nuova settimana e di come vanno le cose in sto periodo, mi sa che ne succederanno delle belle.
Buonanotte.
Venerdì
May 6th, 2011 at 7:32 am
Di sto periodo sembra abbiano deciso di dare una svelta allo scorrere del tempo. Anche questa settimana se ne è andata via in un soffio.
E tra l’altro nella tempesta tecnologica che sto attraversando mi accorgo che succedono belle cose attorno a me. È nata Beatrice, la figlia di A., L. si sposerà (sebbene ancora non sappia quale sciagura le porterà avere i Bicipiti che suoneranno alla festa), R. il mio collega rumeno è anche lui in attesa di un figlio, G, l’altro collega rumeno, invece il suo little boy l’ha già avuto ed è contentissimo. Aria primaverile. Chissà perché quando hai attorno ai trent’anni ste cose assumono un senso tutto particolare.
Massi’, nelle riflessioni da divano del mattino mi posso permettere anche pensieri così.
Andiamo a lavorare valà.
Times Like These
May 2nd, 2011 at 6:06 pm
Questa canzone mi ha sempre creato un sacco di problemi.
È difficile da suonare perché ha dei tempi dispari, perché è veloce e perché sostanzialmente voglio fare cose troppo complicate per le mie capacità (come al solito).
Poi però ho letto il testo. Questo:
I am a one way motorway
I’m the one that drives away
Then follows you back home
I am a street light shining
I’m a wild light blinding bright
Burning off aloneIt’s times like these you learn to live again
It’s times like these you give and give again
It’s times like these you learn to love again
It’s times like these time and time againI am a new day rising
I’m a brand new sky
To hang the stars upon tonight
I am a little divided
Do I stay or run away
And leave it all behind?It’s times like these you learn to live again
It’s times like these you give and give again
It’s times like these you learn to love again
It’s times like these time and time again
E devo dire che ora la suonerò con uno spirito diverso.
Separazioni
April 23rd, 2011 at 9:46 am
Quando voli in mongolfiera, una delle cose principali che dicono è che per prendere quota bisogna abbandonare i pesi inutili. Questo è sicuramente ancora più vero quando ci sono pesanti correnti discensionali nell’aria.
Peccato che le separazioni nella vita siano un pochino piu’ articolate del semplice slegare una cordicella. A volte capita che le separazioni siano fatte di rabbia, di porte sbattute, di spiegazioni da dare e di silenzi. Io poi che non sono un maestro di diplomazia, riesco sempre a fare le cose nella maniera meno indolore possibile.
La canzone di questi giorni è “The Dark of the Mattinee“. Ve la regalo.
You take your white finger
Slide the nail under the top and bottom buttons of my blazer
Relax the fraying wool, slacken ties
And I’m not to look at you in the shoe, but the eyes, find the eyesFind me and follow me through corridors, refectories and files
You must follow, leave this academic factory
You will find me in the matinee
The dark of the matinee
It’s better in the matinee
The dark of the matinee is mine
Yes it’s mineI time every journey to bump into you, accidentally
I charm you and tell you of the boys I hate
All the girls I hate
All the words I hate
All the clothes I hate
How I’ll never be anything I hate
You smile, mention something that you like
or How you’d have a happy life if you did the things you likeFind me and follow me through corridors, refectories and files
You must follow, leave this academic factory
You will find me in the matinee
The dark of the matinee
It’s better in the matinee
The dark of the matinee is mine
Yes it’s mineSo I’m on BBC2 now, telling Terry Wogan how I made it and
What I made is unclear now, but his deference is and his laughter is
My words and smile are so easy now
Yes, It’s easy now
Yes, It’s easy nowFind me and follow me through corridors, refectories and files
You must follow, leave this academic factory
You will find me in the matinee
The dark of the matinee
It’s better in the matinee
The dark of the matinee is mine
Yes it’s mine
There’s a tune for everything.
April 14th, 2011 at 10:38 am
And this is so true now that I’m listening to this song.
Because I believed some of those (maybe unwanted) lies.
Because I waited enough.
waiting on a Sunday afternoon
for what I read between the lines,
your lies.
feelin’ like a hand in rusted shame
so do you laugh at those who cry?
reply?leavin’ on a southern train
only yesterday you lied,
promises of what I seemed to be
only watched the time go by,
all of these things you said to me.breathing is the hardest thing
to do. with all I’ve said and
all that’s dead for you,
you lied – good byeleavin’ on a southern train
only yesterday you lied
promises of what I seemed to be
only watched the time go by,
all of these things I said to you.
…prima di andare…
April 12th, 2011 at 8:53 pm
Prima di andare sono rimasto fermo ancora un attimo sul posto.
Hai presente la fine dell’estate al mare? Dopo che gli amici sono andati, rimani un attimo sulla spiaggia prima di partire, a ripercorrere velocemente quei momenti, con quella sottile sensazione di angoscia per qualcosa che non potrà mai più ripetersi.
Ecco, prima di partire a mia volta, stavo rivedendo un po’ quei momenti. Stavo rivedendo quella prospettiva temporale deforme, per cui ho costruito una quotidianità fatta perlopiù di incontri saltuari, inframmezzati da lunghe pause. Una quotidianità che mi fa ritrovare con più di trent’anni, quando prima di tutto questo ne avevo ventotto , o ventisette forse, chi se ne importa. Vissuta come una di quelle notti perfette, dove chiudi gli occhi e li riapri che sembra sia passato un secondo ed invece è già mattino.
Guardo con attenzione quelle piccole cose rimaste. Qualche foto, un mucchio di canzoni ed oggetti conservati come reliquie. E voglio concedermi ancora un attimo di quella sensazione di abbandono.
In realtà non desidero che tu sia ancora qui. Questa, forse, è solo un po’ di malinconia. Ma c’è una frase in questa canzone, che secondo me ha sempre parlato di noi.
We’re just two lost souls swimming in a fish bowl, year after year,
Running over the same old ground.
What have you found? The same old fears.
Lo so non è originale, ma so che capirai. E capirete, se state ancora leggendo.
Credo sia proprio arrivato il momento di salire sulla macchina e partire da quel posto.
Che sarà per sempre solo nostro.
Goodbye G.
April 12th, 2011 at 3:46 am
G. Se ne è andata, e con lei un pezzo della mia vita.
In realtà G. se ne è andata tempo fa, solo che ora è diverso. G se ne è andata veramente.
Io ti auguro davvero il meglio G., perché se dal vivo non sono stato bravo, con un po’ del giusto distacco rifletto che è meglio per tutti e due. È meglio per te, perché hai finalmente deciso di vivere ed è sicuramente meglio per me, che smetterò di aspettare e forse vivrò meglio. Ora faccio un po’ fatica a focalizzare sulle cose positive. C’è un grosso vuoto che mi spaventa un po’ da affrontare.
Eh si, il vuoto, c’è proprio un enorme vuoto, fatto di cose di cui mi sono privato che ora in qualche modo dovrò riempire nuovamente. Questa forse la cosa che mi mette a dura, durissima prova.
Il tempo sarà l’alleato per tutto questo. Ed il tempo è ora. È già iniziato. Per entrambi.
In fondo G. sei stata un’amica. Tra le tante altre cose.
Ciao. Buona vita. Lacio Drom.
Questo strano Aprile metafisico.
April 9th, 2011 at 9:33 pm
Oggi, il termometro della macchina diceva che c’erano 34ºC. Si ok, il termometro della macchina e’ uno che si scalda facile, pero’ che oggi facesse caldo a Milano mi sembra sostanzialmente un dato di fatto.
E tutto era quasi metafisico. Quella concezione di metafisico a-la’ De Chirico. Sai quando metti una cosa che non c’entra niente con il contesto e ottieni quello strano senso di estraneamento. Ecco. Quello era un po’ la sensazione. Un caldo che non c’entra niente con Aprile. E tutto il resto. Perche’ alla fine i milanesi (e, fortunatamente – le – milanesi) fanno presto a fare estate. E se le rondini non fanno primavera da un bel pezzo, il caldo di oggi faceva sicuramente estate.
E l’altra condizione surreale oggi era nella mia testa. Tipo pensieri che non c’entrano niente con il contesto. E creano quella stessa identica sensazione di estraneamento. Si perche’ oggi dentro la testa c’erano pensieri che non dovevano esserci. Perche’ sono pensieri pericolosi. Dannatamente pericolosi. Talmente pericolosi che ad un certo punto sono dovuto uscire di casa, vedere persone, per non essere assalito da quella molle sensazione.
Ad un certo punto, poi, si e’ alzato uno strano vento caldo. L’ho sentito tra i capelli, mentre guardavo gli occhi dei manifestanti deprivati del loro futuro, e ci siamo un po’ guardati tutti in quel momento. E’ stata una sensazione strana. Stranamente partecipata. Stranamente percepita. Una sorta di allucinazione collettiva. Ma al contrario. Una sorta di presa di coscienza collettiva. E’ stato bello. Come un abbraccio.
In realta’, poi, quei pensieri pericolosi li sento ancora li’, a pulsare nel retrocranio. Ma voglio e devo convincermi che sono solo frutto dell’Aprile metafisico.
O almeno lo spero.
Control Freakness
March 27th, 2011 at 10:46 am
Uhm. Oggi ho letto qui.
E ho pensato ad una persona di mia conoscenza che ho scoperto sta diventando davvero cosi’.
Ma c’e’ un concetto di fondo. Quella persona in realta’ non sopporta solo le cose fatte a caso. Perche’ gli pare proprio che, di questo periodo, tutto sia a caso. Forse solo per mancanza di scopo. Forse solo per la suddetta pseudo-psicopatologia.
Ma sta di fatto che il “senso delle cose” e’ qualcosa di cui lui non puo’ fare a meno.
Ah, quella persona sono io.
Festa mesta.
March 17th, 2011 at 10:46 am
Sto guardando un po’ queste celebrazioni.
Le guardo con quel distacco misto ad amarezza per una festa che sebbene spacciata per compleanno avrebbe dovuto essere un funerale.
Perche’ le campane da morto, per il mio Paese, sono gia’ suonate. E suonano ogni giorno.
Suonano quando permettiamo ogni giorno a questa classe politica di governarci.
Suonano quando sotterriamo l’unico nostro orgoglio, la cultura, sotto tonnellate di merda fatta di calcio, SUV, baldracche e cocaina.
Suonano quando non vedo nemmeno un giovane nella piazza salutato dal presidente ma solo vecchi decrepiti forse gia’ presenti allo sbarco dei Mille.
Suonano quando mi devo vergognare di esser nato a Milano per sti bastardi della Lega che prendono lo stipendio a Roma e si beffeggiano del loro datore di lavoro (noi) con pagliacciate folkloristiche degne dei monti da dove vengono.
Suonano quando “le grandi cose che ha fatto l’Italia” rimangono “grandi cose” senza nessun elemento di concretezza, perche’ le grandi cose, gli italiani, le hanno fatte all’estero per colpa della nostra miopia.
Suonano quando sul palco delle celebrazioni vedi Fabrizio Frizzi e Gianni Morandi al posto di persone degne, a spalleggiare il nostro Presidente.
Suonano quando ormai tutto e’ talmente corrotto che il senso si perde, anche di una bella cosa come la festa di un Paese che nonostante tutto e’ la mia casa e che, nonostante tutto, amo.
Io in questa atmosfera non mi sento proprio di augurare alla mia povera Italia altri 100 di questi anni.
Piuttosto un’agonia breve.
Matematiche impossibili
March 9th, 2011 at 11:25 pm
Incontro V., collega appena rientrato dall’Australia. Era contentissimo oltre che decisamente abbronzato.
Ci ha raccontato, con grande entusiamo, quanto e’ stato bello essere li’. E si vedeva che era proprio contento.
Poi pero’ ad un certo punto, come all’improvviso ha detto una cosa.
e’ un’altra cosa quando le cose si condividono
E ho capito cosa intendeva. Parlava di quella matematica impossibile per cui sostanzialmente una quantita’ divisa in n parti, da’ un quoziente maggiore del dividendo stesso. Incredibile vero?
Eppure e’ cosi’. E’ il potere della condivisione.
